Shelallà

Shelallà, Shalalla, Schallalla: piccolo villaggio che pare essere “nowhere” “every where”; posto non lontano da Osanna (Hosaena, chiamata anche Hosaina o Hosa’ina; ancor prima Wachamo) città in Etiopia centrale e capitale della zona Hadiya.

È situato nel “Limo woreda” della Zona Hadiya della Southern Nations, Nationalities, and People’s Region (SNNPR), alla latitudine e longitudine di 7°29’N 37°51’E, all’altitudine di m 2277 sul mare.

Già dalla molteplicità dei nomi, condizionata oltre che dalla difficoltà di traslitterazione dall’alfabeto amarico, anche dalla straordinaria varietà di lingue parlate in loco e, più ampiamente, in Ethiopia: Amarico, Tigrignà, Oromigna, Guragigna, Afar, Agaw (Awngi), Alaba, Arbore, Daasanach, Dirasha, Gawwada, Haaiyya, Kambatta, Komso, L’oromo, Tramai, Xamtanga, Aari, Bambassi, Basketto, Bench, Boro, Chara, Dimé, Dorzé, Gamo-Gofa-Dawro, Hamer-Banna, Kachama-Ganjule, Kooreté, Le Malé, Oyda, sono un piccolo riferimento delle circa settanta parlate.

Percorrendo da Addis Abeba la “rotta classica” a sud per circa duecentocinquanta chilometri (oltre a due ore di pista difficile con pendii scoscesi e guadi di torrenti aridi) lungo scenari bellissimi, si arriva ad una piazza circa triangolare con al centro un vecchio albero e tutto attorno tucul di varia foggia ed età. Una siepe separa la piazza da alcune costruzioni in pietra: il compound della clinica.

Si è immediatamente inseriti in un mondo pieno di colori, sguardi, sorrisi, gesti ordinari della vita quotidiana, persone che quasi ci meravigliamo di trovare qui, di leggere con i nostri occhi in un mondo che sfugge dagli stereotipi delle immagini dell’Africa turistica, falsi e stereotipati, si esce dal cliché e si entra nella vita vera, che ci sorprende, quasi ci mette in guardia.

Si riconoscono affetti e legami: tra bambini, tra madri e figli, tra persone; colpisce non tanto la povertà, la polvere, gli abiti, la meravigliosa abbondanza di colori, la sofferenza, la tristezza, la giocosità quanto la gente, le persone.

Persone che vivono, lavorano, si ammalano, scherzano, studiano, amano: vivono la loro vita e, lì, i nostri pregiudizi, la nostra commiserazione non trovano posto, ci accorgiamo che, di fronte all’altro, abbiamo molti pezzi di noi da imparare a conoscere.

È un momento radicale di “rieducazione”, di riflessione sul nostro “narcisismo”, per uscire dalla “distante e generosa commiserazione” ed entrare in un rapporto di autenticità, dove, una volta accettata la curiosità e la meraviglia dei luoghi, si è messi a confronto con percezioni estetiche, cognitive, etiche che scuotono sicurezze antiche, forse, solo vecchie.

Comprendiamo allora che il quadro in cui viviamo è molto complesso: dobbiamo imparare a vedere, a riconoscere, la complessità sia nei contrasti che nelle sfumature; e comprendiamo che le banalità, le semplificazioni, significano solo la dichiarazione della nostra rinuncia a crescere come uomini, come persone.

Accade a Shelallà, Ethiopia
Villaggio di 25.000 abitanti
Di un paese di 77.000.000 di abitanti
Che ha un’aspettativa di vita alla nascita di 50 anni
Dove 164 bambini nati vivi su mille muoiono prima dei 5 anni
Dove lo Stato spende per la salute 21 dollari a persona l’anno
Accade “no where” “every where” a seconda di come si guarda.
Romano Superchi